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ANNA KARENINA

Alla ricerca di un protagonista

Iniziando a leggere Anna Karenina di Lev Tolstoj, gli si potrebbe attribuire una certa povertà o forse superficialità.
Se si è abituati ad uno scrittore russo come Dostoievskij, ci si aspetta un’analisi caratteriale profonda piuttosto che un quadro d’ambiente.
Si capisce però verso la fine del libro la rilevanza di questo quadro, l’importanza di ritrarre un ambiente vicino al suo tramonto, ma incosciente della progressiva perdita di ruolo, nonostante si palesino avvisaglie di modernità.
La ripetitività dei costumi e delle abitudini del ceto aristocratico russo dell’Ottocento stanca indubbiamente il lettore moderno e suscita addirittura il dubbio che siano superflue quasi novecento pagine per lo svolgimento della storia.
Effettivamente la caccia, le visite di cortesia, il pettegolezzo familiare, il comportamento verso i dipendenti ha scarsa attinenza con la vicenda di Anna Arkadievna, incentrata prevalentemente sulla personalità della donna nel contesto della questione femminile. Tuttavia la descrizione dei gesti, del modo di conversare secondo convenzioni è velatamente chiarificatrice del contesto storico generale e fa in modo che il lettore prenda coscienza di ciò che la maggior parte dei personaggi ancora non avverte: la fine di un’epoca. Il lettore lotta così fra sé nella speranza di un acquisto di consapevolezza da parte dei protagonisti.

Se da una parte è facile denunciare il proprio scontento per la prima impressione offerta dal romanzo è altrettanto possibile scoprire già dalle prime pagine di nutrire una certa ammirazione per il personaggio di Levin. La spiegazione di tale sentimento si ottiene, proseguendo nella lettura, con l’accorgersi della centralità di tale figura nel romanzo.
Levin assurge in un certo modo al ruolo di protagonista, al quale, a causa del titolo, verrebbe automaticamente collegata Anna.
Qui non si vuole negare la centralità del personaggio femminile, al quale spetta meritato rilievo per la complessa personalità e per l’incarnazione di forza d’animo e valori che non si ritrovano negli altri personaggi femminili, i quali rivelano anzi -seppure non negativa- una certa limitatezza.
Se il romanzo fosse dotato di un sottotitolo, spetterebbe però a Levin di essere nominato in esso.
Tutto questo rimane semplice ipotesi, e, nonostante la sua ubiquità, il personaggio di Levin viene fatto agire con dimissione e mitezza, viene fatto parlare con timidezza, a volte quasi sottovoce. Questo avviene perché Levin fa da schermo al punto di vista dell’autore.
È difatti Levin l’unico personaggio che esprima giudizi e faccia considerazioni oggettive sulla situazione e le persone che lo circondano. Non è un indifferente scettico, piuttosto un romantico che aspira ad un’idealità, questo non impedisce però che i suoi ragionamenti dimostrino rigore scientifico e sistematicità. Dal suo disagio verso le norme e le usanze del bel mondo, dalla sua tendenza alla praticità, dal suo amore per la sincerità e la trasparenza emerge un uomo nuovo contrapposto ad una società che va sgretolandosi.



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